Valerio Zurlini. Tra rigore e poetica.

La storia e la memoria del cinema non hanno reso sufficientemente giustizia a Valerio Zurlini. Autore colto e rigoroso, intenso e poetico, Zurlini si è sempre cimentato con storie complesse, da Cronaca familiare fino allo splendido Deserto dei Tartari. I film di Zurlini sono tutti riconoscibili, segno di talento e coerenza stilistica. Li unisce un clima, un modo di raccontare, una scelta dei tempi cinematografici del tutto originale.

Valerio Zurlini nacque a Bologna il 19 marzo 1926, in una famiglia che poi si trasferì a Roma. Frequentò il liceo in un istituto gesuita di grande rigore, ma fu la sua partecipazione alla Resistenza durante la Seconda guerra mondiale a segnare il suo spirito e le sue scelte future. Laureatosi in giurisprudenza e appassionatosi alla storia dell’arte, si avvicinò alla recitazione e alla regia teatrale, collaborando con il Piccolo Teatro di Milano come aiuto-regista: un passo decisivo che lo portò al cinema.

I primissimi anni li impiegò nella realizzazione di cortometraggi documentari — autentici piccoli ritratti della società italiana del dopoguerra — come La stazione (1952), un “cinema verità” che cattura la vita all’interno della Stazione Termini di Roma, simbolo della rinascita e del conflitto interiore tra il vecchio e il nuovo. Seguirono altri corti come Racconto del quartiere, Pugilatori, Il mercato delle facce e Ventotto tonnellate, in cui Zurlini affinò il suo sguardo d’osservatore attento, narrativo ed empatico.

Il suo primo lungometraggio, Le ragazze di San Frediano (1954), tratto da Vasco Pratolini per la Lux Film, fu una commedia vivace ambientata a Firenze: un esordio con riscontri positivi che evidenziava già una sensibilità nel cogliere le sfumature psicologiche dei personaggi in un contesto quotidiano quasi romanzesco.

Dopo uno stallo durato anni (c’è un episodio di un progetto, Guendalina, che il produttore preferì affidare ad Alberto Lattuada, suscitando delusione in Zurlini), arrivò Estate violenta (1959), ambientato nell’estate del 1943 tra Rimini e Pesaro. Un giovane figlio di un gerarca fascista incontra una donna matura e vedova, sugli sfondi di un’Italia che sta per crollare. Il film vinse due Nastri d’Argento (tra cui miglior attrice per Eleonora Rossi Drago e miglior colonna sonora a Mario Nascimbene) ed è oggi considerato il suo vero debutto autoriale — con atmosfere sospese fra memoria personale e collettiva, e una poetica visiva debitamente intensa.

Due anni dopo, con La ragazza con la valigia (1961), Zurlini confezionò forse il suo film più noto: una fragilità sentimentale incarnata da Claudia Cardinale (affiancata da Jacques Perrin, suo attore prediletto), nella cornice della borghesia in trasformazione e di un’Italia in pieno “boom” economico e culturale. Il film ebbe un successo notevole e fu una delle sue realizzazioni più emblematiche.

Nel 1962 giunse Cronaca familiare (Family Diary): un’intensa esplorazione del dolore, della memoria, del rimorso fraterno. Con Marcello Mastroianni e Jacques Perrin, racconta il conflitto interiore di un uomo che rivede il fratello defunto alla luce della sua assenza. Vinse il Leone d’Oro a Venezia, ex aequo con L’infanzia di Ivan di Tarkovskij: un traguardo prestigioso che consacrò Zurlini come autore riflessivo e rigoroso.

La sua poetica visiva, fortemente influenzata dalla pittura italiana — De Chirico, Morandi, Rosai — si manifestava in ogni quadro filmato: strutture composte, colori intensi, luci soffuse, e un senso di straniamento sospeso tra sogno e realtà.

Nel 1965 venne Le soldatesse, tratto da Ugo Pirro: ambientato in Grecia durante la Seconda guerra mondiale, racconta il viaggio tragico di alcune donne forzatamente inviate alle retrovie. Un film duro, realisticamente doloroso, segnato da un conflitto morale che mette in evidenza la caduta dei valori umani e l’assurdità della guerra — tanto che Zurlini protestò pubblicamente per i tagli imposti dal produttore.

Tre anni dopo, nel 1968, presentò Seduto alla sua destra (Black Jesus): ispirato all’assassinio di Patrice Lumumba, è un’opera breve, intensa, di forte impegno politico e anticoloniale. Racconta la prigionia di un leader africano che resiste alla tortura e non tradisce le sue idee; un film crudo, fatto quasi in tempi record, con scarsa distribuzione e notevoli difficoltà, ma impregnato di passione civile.

Nel 1969 girò il film corale Come, quando, perché insieme ad Antonio Pietrangeli, una parentesi sperimentale nel suo percorso biografico e produttivo. Quindi, nel 1970, la TV: La promessa, un film televisivo storico, meno noto rispetto ad altri lavori più celebrati.

Nel 1972 tornò al grande schermo con La prima notte di quiete (Indian Summer), con Alain Delon, Giancarlo Giannini, Lea Massari. Interpretava un docente malinconico, smarrito in una città di provincia e nella sua esistenza. Il film, sceneggiato da Enrico Medioli, fu inizialmente criticato, ma conquistò il pubblico e rimane il suo maggiore successo commerciale.

Infine, nel 1976, raggiunse l’apice della sua maturità artistica con Il deserto dei Tartari, tratto dal romanzo di Dino Buzzati. Ambientato in una fortezza isolata dove nulla accade, è una meditazione sull’esistenza, sull’attesa e sulla solitudine. Girato in Iran, con un cast internazionale eccezionale (Jacques Perrin, Vittorio Gassman, Max von Sydow, Jean-Louis Trintignant, e altri), accompagnato da una colonna sonora di Ennio Morricone e da una fotografia monumentale, fu acclamato da critica e pubblico, ricevendo il David di Donatello e il Nastro d’Argento per la regia.

Negli ultimi anni della sua vita, nonostante la notorietà, Zurlini non riuscì a realizzare altri progetti ambiziosi (come Il giardino dei Finzi Contini, che fu portato al cinema da De Sica). Si dedicò all’insegnamento al Centro Sperimentale di Cinematografia, alla scrittura di diario e riflessioni profonde (Gli anni delle immagini perdute), e alla direzione del doppiaggio per film stranieri. Morì a Verona, il 26 ottobre 1982, a causa delle complicazioni di una cirrosi epatica, lasciando incompiuti molti sogni cinematografici.

Oggi la sua opera, pur riscoperta solo a partire dagli anni 2000, continua a parlare: i suoi film sono finestre su una sensibilità rara, una visione che fonde memoria storica e introspezione personale, luce pittorica e musica evocativa. Zurlini resta un regista che costruiva immagini come piccoli poemetti visivi, capaci di durare nel tempo con onestà e profondità.

Filmografia narrativa (inclusi corti documentari)

  • Corti documentari: La stazione (1952), Racconto del quartiere, Pugilatori, Il mercato delle facce, Ventotto tonnellate, Serenata da un soldo, Il paradiso all’ombra delle spade
  • Lungometraggi:
  • Le ragazze di San Frediano (1954)
  • Estate violenta (1959)
  • La ragazza con la valigia (1961)
  • Cronaca familiare (1962)
  • Le soldatesse (1965)
  • Seduto alla sua destra (Black Jesus, 1968)
  • Come, quando, perché (1969)
  • La promessa (1970, film TV)
  • La prima notte di quiete (1972)
  • Il deserto dei Tartari (1976)

Con la sua poetica visiva, le scelte narrative radicate nella memoria storica e nella psicologia dei personaggi, Zurlini ha raccontato la fragilità umana, la solitudine e l’attesa, offrendo al cinema italiano una voce distinta e indimenticabile.

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