Another Italian Miracle: Giuseppe Tornatore

La prima autorevole fonte intemazionale che autorizza a sperare nella “rinascita” italiana (“another Italian miracle“: anni dopo un temuto giomale francese parlera di nuova primavera italiana) è la Variety International Film Guide del 1992, che dedica al cinema del nostro paese e alia novita del suo panorama cosi appaimato e cosi ingrigito lungo il decennio precedente il suo dossier di apertura dell’annuale volume.

Siamo all’inizio degli anni ’90, tra l’Oscar a Giuseppe Tornatore per Nuovo Cinema Paradiso e quello a Gabriele Salvatores per Mediterraneo, preceduti dal successo di Bernardo Bertolucci e seguiti da Roberto Benigni. Questi eventi contribuiscono a ridefinire l’immagine del cinema italiano all’estero. All’interno di questo nuovo panorama, Tornatore occupa una posizione centrale ma isolata. Da un lato rappresenta il radicamento territoriale, essendo siciliano, e quindi la spinta verso un decentramento rispetto alla tradizione “romanocentrica” di Cinecittà; dall’altro si confronta apertamente con il peso della tradizione cinematografica italiana. Questo doppio movimento, tra identità locale e dialogo con il passato, diventa una chiave per leggere il rinnovamento del cinema italiano.

Negli anni Ottanta emerge infatti una spinta a valorizzare realtà regionali, soprattutto nel Nord Italia, influenzate dal cinema indipendente americano. Tra Torino e Milano nasce una nuova figura di autore, il “filmaker”, spesso legato al mondo della pubblicità e dei videoclip, sostenuto anche da reti istituzionali e televisive. Questa fase produce sperimentazione, soprattutto nel documentario sociale e nei formati leggeri, ma lascia poche tracce durature, salvo eccezioni come Daniele Segre e Silvio Soldini. Parallelamente si sviluppano diverse “scuole regionali”: quella veneta (con Carlo Mazzacurati ed Enzo Monteleone), quella toscana comica dominata da Benigni e altri autori di successo popolare, e quella napoletana, più sofisticata e apprezzata dalla critica, con Mario Martone e altri. In Sicilia emerge invece una corrente radicale e provocatoria (Ciprì e Maresco), lontana però dall’approccio di Tornatore, che si distingue per una formazione più istituzionale e una visione meno sperimentale. Tornatore incarna infatti un’altra linea, quella di un cinema colto, legato alla memoria culturale siciliana (Sciascia, Lampedusa, Visconti) e orientato verso una produzione ambiziosa e centrale, capace di dialogare con il grande pubblico. Il suo obiettivo è fare un cinema “grande”, spettacolare ed emotivo, radicato nella tradizione ma accessibile.

Il rinnovamento del cinema italiano passa anche attraverso nuove strutture produttive e culturali, come la Sacher Film di Nanni Moretti e il Premio Solinas, che rilanciano la centralità della sceneggiatura e della narrazione. Questo segna un ritorno al racconto, alla costruzione solida dei personaggi e a un cinema capace di comunicare con il pubblico, dopo gli eccessi del cinema d’autore e la crisi commerciale degli anni precedenti. Tuttavia, questo recupero comporta anche dei limiti: una certa omologazione, una minore audacia stilistica e una subordinazione alle regole del mercato. Il cinema italiano torna a funzionare, ma rinuncia in parte alla sperimentazione.

In questo contesto Tornatore si distingue per un profilo più “registico” che autoriale. Eclettico, capace di muoversi tra generi e registri diversi, più vicino a una tradizione classica (come quella di Pietro Germi) che alle avanguardie. La sua carriera mostra una tensione costante tra ambizione spettacolare e ricerca emotiva, da Il camorrista a Nuovo Cinema Paradiso, fino a film più complessi e rischiosi come Una pura formalità. Il punto di arrivo di questo percorso è La leggenda del pianista sull’oceano, dove tutte le caratteristiche del suo cinema, ambizione, citazionismo, sensibilità melodrammatica, trovano un equilibrio. Tornatore viene così interpretato come una sintesi vivente di mezzo secolo di cinema italiano, capace di unire la lezione di autori come Federico Fellini, Sergio Leone e Vittorio De Sica. Il suo cinema rappresenta un punto d’incontro tra tradizione e rinnovamento, un ritorno alla narrazione e ai grandi sentimenti, ma anche un omaggio continuo alla memoria cinematografica italiana, vissuta come patrimonio vivo e fonte inesauribile di ispirazione.