Onna Nova – La Nouvelle Vague napoletana

La Nouvelle Vague napoletana è la stagione di rinnovamento culturale e cinematografico che nasce a Napoli tra la seconda metà degli anni ’70 e gli ’80 e che poi esploderà pienamente negli anni ’90. Il nome fondamentale è Salvatore Piscicelli, probabilmente il vero anello di congiunzione tra la Napoli culturale degli anni Settanta e quello che verrà chiamato negli anni ’90 “Nuovo cinema napoletano”. Il Centro Sperimentale lo considera esplicitamente un antecedente decisivo della generazione dei cineasti napoletani degli anni Novanta.

La traiettoria di questo movimento, per cui coniamo il termine Onna Nova, può essere ricostruita attraverso questi autori:

  • Salvatore Piscicelli — La canzone di Zeza (1976), Immacolata e Concetta (1979), Le occasioni di Rosa (1981), Blues metropolitano (1985), Regina (1987). È il cineasta che più chiaramente costruisce una Napoli alternativa alla rappresentazione tradizionale, lavorando su periferie, trasformazioni sociali, sessualità, sottoproletariato e contaminazione fra documentario e finzione. 
  • Mario Martone — appartiene alla generazione immediatamente successiva, ma la sua formazione è completamente dentro la Napoli degli anni ’70-’80. Fonda Falso Movimento nel 1977 e negli anni Ottanta lavora tra teatro, video e sperimentazione audiovisiva. Il suo primo lungometraggio cinematografico arriverà però soltanto nel 1992 con Morte di un matematico napoletano
  • Antonio Capuano — culturalmente vicino a questa scena, ma anche lui diventa regista di lungometraggi più tardi: Vito e gli altri è del 1991.
  • Antonietta De Lillo — arriva al lungometraggio alla fine degli anni Ottanta (Una casa in bilico, 1986, con Giorgio Magliulo), per poi diventare una delle figure del nuovo cinema napoletano.
  • Stefano Incerti e Pappi Corsicato appartengono invece decisamente alla fioritura degli anni Novanta, quindi non li considererei propriamente registi della Nouvelle Vague napoletana anni ’70-’80.

La cosiddetta Onna Nova si prepara per quasi vent’anni attraverso cinema indipendente, documentario antropologico, teatro d’avanguardia, videoarte, commedia post-tradizionale e una progressiva demolizione della Napoli folkloristica. Il Centro Sperimentale, significativamente, ha intitolato una retrospettiva su Piscicelli “Prima dei Vesuviani”, riconoscendogli una posizione genealogica rispetto alla generazione successiva.


1972-1976: L’inizio di un’altra rappresentazione

1972 — Pasquale Squitieri, Camorra

Camorra (1972) non appartiene formalmente alla Nouvelle Vague napoletana, ma è importante perché porta sullo schermo una Napoli criminale e popolare lontana dalla cartolina, con un’attenzione molto fisica al territorio e ai suoi codici sociali. Squitieri rimane però un autore appartenente alla generazione precedente e al sistema produttivo del cinema italiano nazionale. Lo considererei quindi un antecedente laterale, non un fondatore.

1973-1976 — il sottosuolo documentario

Qui bisogna cominciare a guardare fuori dal normale lungometraggio industriale. È negli ambienti della controcultura, dell’antropologia, del teatro politico e dei gruppi operai che comincia a emergere un’altra rappresentazione della Campania.

1976 — Salvatore Piscicelli e Giampiero Tartagni, La canzone di Zeza

Questo è probabilmente un vero anno zero di questo movimento. Piscicelli e Tartagni filmano il Gruppo Operaio ‘E Zezi di Pomigliano d’Arco mentre rappresenta La canzone di Zeza. Il film viene girato il 7 marzo 1976 alla Masseria di Visone a Pomigliano. Non siamo ancora nella Napoli urbana di Martone e Capuano, ma siamo nella cintura industriale e contadina, nel rapporto tra cultura popolare, fabbrica, ritualità e politica. Ed è proprio questa capacità di guardare Napoli e la Campania dall’interno anziché rappresentarne il mito che anticipa moltissimo del cinema successivo.

1978-1981: qualcosa cambia radicalmente

1978 — Werner Schroeter, Nel regno di Napoli.

Schroeter realizza Nel regno di Napoli, seguendo due fratelli di un quartiere popolare napoletano e attraversando politica, Chiesa, PCI, miseria e trasformazione sociale. È interessante proprio perché uno dei grandi autori del Neuer Deutscher Film guarda Napoli con modalità molto diverse dal cinema italiano tradizionale. Non è un “regista napoletano”, naturalmente, ma il film appartiene pienamente al clima che stiamo ricostruendo.

1979 — Salvatore Piscicelli, Immacolata e Concetta – L’altra gelosia

Qui invece nasce veramente qualcosa. Con Immacolata e Concetta – L’altra gelosia Piscicelli porta al centro del film due donne, il desiderio lesbico, la provincia campana, il carcere, la famiglia, la violenza, la sessualità. Il film viene presentato alla Settimana della critica di Cannes e Ida Di Benedetto ottiene il Nastro d’argento. Ma più importante dei riconoscimenti è lo sguardo. Piscicelli utilizza elementi del melodramma e della cultura popolare napoletana ma li svuota dall’interno. Non rifiuta la napoletanità ma la reinventa. Per questo è da considerarsi senza esitazioni come padre del nuovo cinema napoletano.


1980 — Nanni Loy, Café Express

Nanni Loy è un’altra figura di confine. È napoletano, ma appartiene alla generazione precedente. Tuttavia Café Express, con Nino Manfredi venditore abusivo di caffè sui treni, contiene una rappresentazione del Mezzogiorno e della marginalità che dialoga con questa trasformazione. Non Onna Nova, dunque, ma ramo parallelo della stessa trasformazione dell’immaginario.


1981: un anno fondamentale

Salvatore Piscicelli — Le occasioni di Rosa

Le occasioni di Rosa è uno dei titoli centrali. Piscicelli guarda alla nuova periferia napoletana, ai giovani, alla sessualità, al corpo e soprattutto alla mutazione antropologica. La Napoli tradizionale praticamente scompare. È una città postindustriale, periferica, moderna, sessualmente ambigua. È sorprendente quanto Le occasioni di Rosaanticipi certi corpi e certi ambienti che ritroveremo nel cinema napoletano degli anni Novanta.

Massimo Troisi — Ricomincio da tre

Troisi normalmente non viene inserito nei “Vesuviani”. Però, in una ricostruzione ampia come quella che stiamo facendo, escluderlo sarebbe un errore. Ricomincio da tre è del 1981 ed è il suo esordio alla regia. Troisi compie una rivoluzione diversa da Piscicelli, distruggendo dall’interno la maschera del napoletano. Gaetano non è Pulcinella, non è il guappo, non è il sottoproletario folkloristico, non è il “napoletano furbo“. È nevrotico, fragile, sentimentale, sessualmente insicuro, pieno di dubbi. In altre parole Troisi rende il personaggio napoletano contemporaneo. E questa rivoluzione culturale secondo me appartiene pienamente alla genealogia.


1982-1987: il cinema passa attraverso il teatro

1979 — nascita di Falso Movimento

Martone fonda Falso Movimento nel 1979. Il nome stesso deriva dall’universo cinematografico di Wim Wenders.

1982 — Tango glaciale

Non è un film, ma non possiamo ignorarlo. Con Tango glaciale il teatro napoletano entra pienamente nel linguaggio postmoderno: cinema, televisione, musica, fumetto, arti visive. Treccani sottolinea proprio come Martone costruisse già gli spettacoli attraverso procedimenti vicini al cinema con accurato montaggio delle azioni, ambienti, luci e movimenti degli attori.  Questo è importantissimo. Perché il nuovo cinema napoletano nasce anche fuori dal cinema. Nasce dalla scena teatrale che comprende:

Mario Martone
Toni Servillo
Antonio Neiwiller
Enzo Moscato
Renato Carpentieri
Andrea Renzi
Anna Bonaiuto
Licia Maglietta

Molti di questi nomi diventeranno pochi anni dopo i volti del nuovo cinema napoletano.

1983 — Massimo Troisi, Scusate il ritardo

Scusate il ritardo è ancora più napoletano di Ricomincio da tre. Napoli diventa spazio esistenziale, la disoccupazione, famiglia, depressione, relazioni sentimentali, immobilità. Il film è del 1983. 

1984 — Nanni Loy, Mi manda Picone

Mi manda Picone è un altro film di frontiera. La Napoli della ricostruzione post-terremoto, della camorra, dell’economia sommersa e dell’arte di arrangiarsi viene trasformata in una sorta di indagine dentro la città. Anche qui siamo fuori dal gruppo che diventerà Anna Nova, ma dentro la trasformazione dell’immaginario napoletano.


1985: Piscicelli continua

Salvatore Piscicelli — Blues metropolitano

Già il titolo dice moltissimo: non più “canzone napoletana”, ma Blues Metropolitano. È una Napoli giovanile, musicale, urbana, contaminata. Piscicelli sta progressivamente portando Napoli fuori dalla rappresentazione regionale per inserirla in una cultura metropolitana internazionale.

Lina Wertmüller — Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti

Anche Wertmüller appartiene alla generazione precedente, ma Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti del 1985 merita di stare nella costellazione: camorra, droga, donne, vicoli, violenza. La differenza rispetto a Piscicelli è istruttiva, Wertmüller utilizza ancora fortemente il grottesco e la teatralità della tradizione, mentre Piscicelli tende già verso una modernità più spoglia.


1985-1987: arriva Antonietta De Lillo

Antonietta De Lillo e Giorgio Magliulo — Una casa in bilico

De Lillo è fondamentale perché costituisce un ponte diretto fra anni Ottanta e Vesuviani. Le fonti collocano il suo esordio Una casa in bilico a metà degli anni Ottanta; la documentazione biografica della stessa De Lillo lo indica come primo lungometraggio e ricorda il Nastro d’argento ottenuto dall’opera. È quindi già operativa prima dell’esplosione degli anni Novanta.

1986 — Mario Martone, Ritorno ad Alphaville

Ancora teatro, ma il titolo è programmatico. Godard entra esplicitamente nell’immaginario di Martone. Treccani lo considera il punto estremo della fase postmoderna di Falso Movimento e sottolinea proprio il riferimento ad Ritorno ad Alphaville. Qui il termine “Onna Nova/Nouvelle Vague” diventa quasi letterale. Godard viene metabolizzato dalla scena artistica napoletana.

1987 — Nascita di Teatri Uniti

È un passaggio capitale. Martone, Servillo e altri artisti provenienti dalle diverse esperienze dell’avanguardia confluiscono in Teatri Uniti. Proprio in questa struttura c’è la base che permetterà a Martone il passaggio naturale al cinema. Quindi possiamo cominciare a vedere chiaramente due linee:

Piscicelli → cinema indipendente → realtà sociale

e

Martone/Neiwiller/Moscato/Servillo → teatro d’avanguardia → cinema

Negli anni Novanta queste due strade idealmente si incontrano.


1990-1991: l’esplosione

Antonietta De Lillo — Matilda (1990)

Con Matilda De Lillo prosegue il percorso iniziato negli Ottanta. 

1991 — Antonio Capuano, Vito e gli altri

E qui arriva un’altra cesura. Vito e gli altri è uno spaccato oscillante tra documentarismo e teatralità brechtiana. È esattamente il punto d’incontro delle due tradizioni che abbiamo seguito.

Capuano porta sullo schermo:

  • bambini di strada;
  • camorra;
  • periferia;
  • violenza;
  • dialetto;
  • attori non professionisti;
  • corpi;
  • degradazione urbana.

Ma senza naturalismo televisivo. È una Napoli deformata, violentissima, teatrale.


1992: Martone arriva finalmente al cinema

Mario Martone — Morte di un matematico napoletano

Se Immacolata e Concetta è il grande atto fondativo del 1979, Morte di un matematico napoletano è probabilmente il film che rende visibile a livello nazionale la nuova stagione. Martone porta con sé nel cinema l’intero laboratorio teatrale precedente:

Carlo Cecchi,
Anna Bonaiuto,
Toni Servillo,
Renato Carpentieri,
Licia Maglietta,
Andrea Renzi.

Il film una rottura rispetto agli schemi del giovane cinema italiano dell’epoca. Ed è importante anche la Napoli che racconta, non cartolina e nemmeno soltanto camorra. È una Napoli intellettuale, borghese, comunista, universitaria, depressa, labirintica.


1993: Pappi Corsicato

Corsicato introduce una terza strada. Se Capuano è brutale e Martone intellettuale, Corsicato è pop, queer, melodrammatico, kitsch, cromatico, artificiale. Libera rappresenta tre ritratti di donne partenopee affidati alla stessa interprete, Iaia Forte. È importantissimo perché dimostra che il nuovo cinema napoletano non è una scuola estetica. Non esiste uno “stile Vesuviano“. Esiste piuttosto una generazione che sente di poter usare Napoli come materia per inventare linguaggi completamente differenti.

Mario Martone — Rasoi

Anche con Rasoi cinema e teatro continuano a contaminarsi, con la presenza fondamentale di Enzo Moscato. 


1995: la maturità

Mario Martone — L’amore molesto

Dal romanzo di Elena Ferrante. Napoli diventa corpo, memoria, sessualità, trauma, madre. In L’amore molesto c’è il ritorno della protagonista nella città e nel proprio passato, con una Napoli percepita contemporaneamente come luogo da riconquistare e spazio minaccioso. 

Stefano Incerti — Il verificatore

Ed ecco un altro Vesuviano. Il verificatore viene presentato alla Mostra di Venezia nel 1995 e Incerti vince il David di Donatello come miglior regista esordiente completando progressivamente il nucleo.

Antonietta De Lillo — I racconti di Vittoria

I racconti di Vittoria è un altro tassello della stessa stagione, dopo il suo lavoro iniziato già nel decennio precedente. 


1997: I Vesuviani

E finalmente la corrente acquista retrospettivamente il suo manifesto con I Vesuviani, film composto da cinque episodi:

Pappi Corsicato — La stirpe di Iana
Antonietta De Lillo — Maruzzella
Antonio Capuano — Sofialorèn
Stefano Incerti — Il diavolo nella bottiglia
Mario Martone — La salita

I vesuviani viene presentato in concorso alla 54ª Mostra di Venezia. Questo è il “film-manifesto di una generazione di cineasti che hanno posto la loro città al centro del mondo”.