Il sentiero azzurro, di Gabriel Mascaro

In un Brasile del futuro prossimo, gli anziani sono ufficialmente celebrati ma di fatto emarginati e controllati dallo Stato. Tereza, costretta a lasciare il lavoro e a vivere sotto la tutela della figlia, rifiuta di essere trasferita in una “colonia” governativa per la terza età. Decisa a non rinunciare alla propria autonomia, intraprende un viaggio clandestino inseguendo il sogno di volare in aereo.

Il sentiero azzurro è una distopia ambientata in uno Stato di polizia non troppo distante, per atmosfera e derive autoritarie, dal Brasile dell’era Bolsonaro. Collocato in un tempo sospeso, a metà tra passato e futuro, il film alterna malinconia e ironia, mentre la fotografia, attraversata dalla luce intensa del Sud del mondo, ne accentua una dimensione quasi onirica. Il sentiero azzurro è un racconto di resilienza intimo-politica che evita proclami e dialoghi programmatici e dove sono le immagini a costruire la sua profezia inquieta. L’acqua e l’orizzonte, il volo degli uccelli che saturano il cielo, fino alla sorprendente lotta tra due pesci tropicali, trasformano il racconto in un territorio simbolico dove aria, acqua e terra si incontrano. Il paesaggio diventa così campo di resistenza, mentre sulla terraferma si muove un’umanità varia, solidale o opportunista, ma comunque in fuga da un sistema oppressivo. Senza indulgere al sentimentalismo, il film diventa un inno alla ribellione contro i regimi autoritari e contro gli stereotipi legati all’età. La sua è una resilienza silenziosa, fatta di desideri rimossi, di corpo e di dignità. Proprio nella scelta di un tono ironico ma mai evasivo, l’opera trova la propria originalità, un invito a non accettare passivamente misure di controllo arbitrarie e disumane, e a opporre all’arroganza del potere la forza ostinata dell’immaginazione e della libertà.

QUESTI “VECCHI IMPRODUTTIVI”. TRA IL SURREALE E IL PROFETICO

La premessa narrativa, un futuro prossimo in cui gli anziani vengono progressivamente allontanati dalla società attiva e confinati in spazi separati, sotto una patina di tutela istituzionale, richiama con forza un precedente del cinema italiano, I viaggiatori della sera, di Ugo Tognazzi. Nel film, tratto dal romanzo di Umberto Simonetta, l’Italia è immaginata in un futuro prossimo in cui gli anziani, superata una certa età, vengono trasferiti in strutture collettive fuori dalle città, con la giustificazione di garantire loro assistenza e decoro. In realtà si tratta di una forma di espulsione sociale, la vecchiaia è percepita come un peso improduttivo da amministrare e rendere invisibile. La trama de Il sentiero azzurro è invece ambientata nel Brasile del futuro prossimo e presenta una chiara consonanza con quell’idea distopica. Anche qui la celebrazione pubblica degli anziani convive con un dispositivo di controllo e confinamento, con colonie governative, perdita di autonomia economica, sottrazione della libertà di scelta, nascondendo una logica di rimozione. Il parallelismo evidenzia un nodo comune, la trasformazione della vecchiaia in questione politica e gestionale. In entrambi i casi non si assiste a una violenza esplicita, ma a una marginalizzazione amministrata, burocratica, quasi “civile”. Proprio questa normalizzazione rende l’operazione più inquietante e rafforza il legame ideale tra le due opere.