GLI EQUILIBRISTI

Un film del 2012 di Ivano De Matteo con Valerio Mastandrea, Barbara Bobul’ova, Maurizio Casagrande e Rolando Ravello.

Classificazione: 2.5 su 5.

TRAMA

Giulio è un impiegato comunale che in seguito ad un tradimento si separa da moglie e figli ritrovandosi da solo. Comincia così l’odissea per sbarcare il lunario con 1200 euro al mese, continuando a versare gli alimenti familiari e cercando di non perdere la dignità.

MY MOVIES
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Recensione di Gabriele Niola

2,7 / 5

Quello che Ivano De Matteo fa compiere al suo protagonista è un viaggio dal benessere piccolo borghese fino alla povertà, intesa non solo come mancanza di denaro ma anche come perdita di umanità. Tutto avviene intorno alla maschera di Valerio Mastandrea, perfetta rappresentazione del tragicomico, attore di straordinario talento per la commedia e sguardo segnato da un'endemica e perenne tristezza. E su questi due registri si muove il film stesso, inizialmente appoggiato all'ironia del personaggio e del paesaggio (composto dall'umanità popolare romana) e con il procedere sempre più rassegnato al tragico. Il tono leggero e la possibilità di sdrammatizzare sono infatti caratteristiche che la storia volontariamente perde sempre di più a mano a mano che scema l'umanità stessa del suo protagonista, come se l'uno si accompagnasse all'altra.
Senza far nulla per nasconderlo, Gli equilibristi cerca di costruire il suo percorso di disidratazione economica e umana sul modello aureo di Umberto D., di cui riprende alcuni elementi nel finale e la più generale idea di un personaggio in bilico tra necessità e dignità. De Matteo, che ha anche scritto il film assieme alla moglie Valentina Ferlan, appare tuttavia innamorato della tragicità della propria storia, più che dedito a raccontare un mondo e le sue difficoltà. Lo sguardo su una vita apparentemente tranquilla, in un sistema in cui la dignità pare un diritto e invece è un lusso facilissimo da perdere, sembra quello di un aguzzino più che di un narratore. Come se non bastassero le difficoltà oggettive, il regista aggiunge amarezze soggettive (come l'ambientazione natalizia) e ad infierire sull'impoverimento materiale sceglie inequivocabilmente di accompagnarne uno umano e affettivo ancora più drastico.
Il problema quindi non pare il ritratto di una realtà dura e difficile (quello è un dovere), quanto l'averlo fatto senza adesione. Tanto che pure il pietismo estremo del finale risulta improvviso e stonato.

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SENTIERI SELVAGGI
SENTIERI SELVAGGI

di Flavia Cidonio

N.D.

Ai limiti della perdita dell’amor proprio, il film di de Matteo, distribuisce in maniera progressivamente sporadica le situazioni che si prestano a un umorismo leggero per calcare volutamente su particolari strazianti (talvolta sul filo della scontatezza), concentrandosi, nonostante tutto, sull’integerrima (momentaneamente poco credibile) forza interiore del protagonista.
Se la storia di Umberto D. fosse ricostruita nel 2012, col volto di un Mastandrea sul filo della tragicommedia. Se il ruolo di Flaik fosse occupato da mogli a cui passare gli alimenti, figli adolescenti con i piccoli imprescindibili must have che sembrano imporre i loro anni, e magari figli minori, che chiaramente non dispongono dei mezzi per poter comprendere fino in fondo il rifiuto a certi bisogni materiali, dettati da limiti della stessa natura.
Ivano de Matteo parte da un piano di relativo equilibrio piccolo-borghese (per quanto le crepe di una statica attesa della tempesta abbiano modo di palesarsi ben presto), parziale tranquillità dettata in quel momento forse più dal benessere economico che dall’ effettiva armonia attesa da ogni bianco-mulinico nucleo familiare che si rispetti, lasciando però allo spettatore fin dalle prime inquadrature l’indizio chiave per presagire gli eventi funesti (o meglio il loro dilatato climax) all’orizzonte: un amplesso consumato nell’oscurità da due colleghi fra gli archivi di un ufficio pubblico.
E dal momento in cui viene fatta luce su quell’episodio non è che un susseguirsi di apparentemente piccole, spesso autoindotte privazioni, pragmaticamente ancorate al reale. Così da una breve vacanza per la figlia maggiore, o da un nuovo apparecchio ortodontico per il figlio, concessi entrambi con sforzi non indifferenti sia in termini materiali che di episodici (seppur non esattamente irrilevanti) attentati alla propria dignità, proseguendo su tutta una serie di “disagi quotidiani”, che, privazione dopo privazione, contribuiscono a costruire, scendendo senza sconti fino ai più patetici dettagli, una radicata situazione di miseria.

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IL CINEMATOGRAFO
IL CINEMATOGRAFO

Recensione di Federico Pontiggia

3 / 5

Un dramedy, per dirla all’americana, che potremmo considerare il versante serio, ovvero drammatico e simpatetico, di Posti in piedi in Paradiso: la separazione e i suoi fratelli coltelli, affidati a un Mastandrea in stato di grazia. E’ difficile resistere alla sua discesa agli inferi, che non ha nulla di patetico e urlato, solo il lento declino della realtà, la sua condizione di padre solo: una colpa, una scappatella, e una vita intera per pagarla, fino all’indifferenza, all’abulia, al no future dei clochard.
De Matteo, con un occhio al grande pubblico (non necessariamente strizzato), indora la pillola, sfornando battute romanesche e simpatici siparietti, ma il dolore c’è e la regia – con qualche parentesi estatico-stilosa incongrua – si accoda compunta. Se il divorzio – sentiamo – è per i ricchi, per i poveri c’è la solidarietà, e la camera indaga tra i bassifondi multietnici capitolini, dove Giulio si lascia andare.
Peccato per le musiche invasive di Francesco Cerasi, ma Gli equilibristi ha un suo pregevole equilibrio: non è questione di sensi di colpa atavici o cattolici, ma prima di (dis)fare penserete a Mastandrea su quella panchina, fesso e senza più un senso. Solo come un cane, solo come un padre solo.

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SENTIERI DEL CINEMA
SENTIERI DEL CINEMA

Recensione di Antonio Autieri

Imperdibile

È un film profondamente contemporaneo Gli equilibristi, presentato a Venezia 2012 nella sezione Orizzonti. Si parla di crisi, di un padre separato che non ce la fa ad andare avanti (sembra la versione drammatica della commedia di Carlo Verdone Posti in piedi in Paradiso, che pure non mancava di spunti seri), di gente semplice che rischia di perdere il poco che ha costruito e finire in povertà. Gente che pensa di poter separarsi “serenamente”, con dignità e generosità verso moglie e figli, scoprendo poi – come afferma un compagno di sventura al protagonista – che “il divorzio è per i ricchi, quelli come noi non se lo possono permettere”. Con 1.200 euro al mese è dura sopravvivere, continuare a pagare il mutuo della casa dove vivono moglie e figli, l’auto a rate, un appartamento per sé. E poi la gita scolastica o il dentista dei figli e tanto altro. A un certo punto anche i pochi euro di un gioco per il figlio fanno saltare i nervi.,Ma se il tema della crisi economica ha il suo peso, il regista Ivano De Matteo riesce, grazie anche alla straordinaria interpretazione di un intenso Valerio Mastandrea (bravissima anche l’attrice che interpreta figlia, la giovane Rosabell Laurenti Sellers, mentre Barbora Bobulova è un personaggio più sfumato), a focalizzare l’attenzione dello spettatore sulla crisi personale, di Giulio ma anche di chi gli sta attorno: perché se l’uomo ha un orgoglio che gli fa spesso fare la cosa sbagliata, o non chiedere aiuto quanto dovrebbe (anche se ci prova, ma sempre fino a un certo punto: chiede un posto dove dormire o un lavoro extra, ma mai compagnia e sostegno perché crede sempre di farcela), la moglie non si accorge di quel che succede (e sì che basterebbe fare due conti: incongruenza del film o volontaria rappresentazione di una distrazione ai limiti dell’insensibilità?). Sono tante le situazioni in cui il film colpisce duro nella spirale di caduta di quest’uomo che finisce sempre più in basso.

Quel che rende Gli equilibristi un bel film, da vedere, è lo sguardo appassionato e partecipe del regista alle sofferenze di questa famiglia (con tocchi di grande sensibilità, come l’espressione del figlio più piccolo spaventato dalla rottura che percepisce tra i genitori), le piccole e grandi solidarietà di alcuni e il cinismo e la freddezza di altri, lo squarcio di società rappresentato con la semplicità dei narratori non ideologici di una volta. De Matteo sa infatti alternare dramma e commedia – a tratti si sorride e perfino si ride, perché la vita è così e alterna momenti duri a frangenti buffi o surreali – come i film italiani che hanno fatto grande il nostro cinema del dopoguerra (e non è una guerra, la situazione di crisi attuale?): riuscendo quindi, come si diceva per quei film, in un’alternanza non forzata tra il riso e il pianto. E ha il coraggio di mostrare, in una scena significativa e non di contorno, preti e suore (il riferimento è alla comunità di Sant’Egidio, conosciuta personalmente dal regista) come figure per una volta non negative in un film italiano importante, in aiuto a chi cade suo malgrado in disgrazia. Soprattutto l’autore sa come chiudere una storia, senza annullarne le premesse ma anche senza incanalare vite e destini per forza in uno sfacelo abbrutente e senza prospettive. I finali aperti, in genere, ci piacciono molto, quando questa non è una scelta fine a se stessa ma serve a lasciare uno spazio di libertà ai personaggi e allo spettatore. Quello del film di Ivano De Matteo ci fa provare una tenerezza senza fine per il suo protagonista.
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RECENSIONE CINEITALIA

Film tragico in cui la dignità umana diventa un lusso. Ivano De Matteo alla sua terza regia di lungometraggio, sceglie una rappresentazione tragicomica per narrare una storia attuale dai toni cupi. Valerio Mastandrea grazie al suo indiscusso talento restituisce quelle che sono le intenzioni dell’autore, ovvero descrivere la discesa di un personaggio dal benessere alla povertà, per mezzo di un viaggio in cui la società mette a repentaglio la nobiltà umana. De Matteo firma la sceneggiatura con la moglie Valentina Ferlan, peccando nel setup un pò frettoloso, ma mettendo in scena un film profondo e realista che si spoglia di ogni tipo di leggerezza e ironia iniziale per far spazio ad uno smisurato dolore interiore ed esteriore. David di Donatello e Premio Pasinetti al Festival di Venezia per Mastandrea e 1 Nastro d’Argento. Al Box Office ha incassato 215 mila euro.

Classificazione: 3 su 5.

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