E’ STATA LA MANO DI DIO

Classificazione: 4 su 5.
  • REGIA : Paolo Sorrentino
  • INTERPRETI : Filippo Scotti, Toni Servillo, Biagio Manna, Renato Carpentieri, Luisa Ranieri
  • DURATA : 130′
  • CANALI : Netflix

È stata la mano di Dio, il film diretto da Paolo Sorrentino, è ambientato negli anni Ottanta a Napoli, città natale del regista, e racconta la storia di un giovane di nome Fabio, noto come Fabietto, che vive nel capoluogo partenopeo. Il ragazzo avrà l’occasione di vivere uno dei sogni più grandi degli amanti del calcio, quando giunge nella sua città il goleador Diego Maradona, ma a questa grande gioia si accompagnerà una tragedia inaspettata, che sconvolgerà la sua vita.
Ma il destino gioca brutti scherzi e Fabietto avrà modo di imparare come, in questo caso, felicità e sconforto, gioia e tragedia siano intrecciate tra loro così tanto da determinare insieme il suo futuro…

CRITICA

MYMOVIES
MY MOVIES

4 / 5

Recensione di Paola Casella

Alla fine torni sempre a te e a questa città", dice il regista Antonio Capuano a Fabio, alter ego cinematografico di Paolo Sorrentino, che con È stata la mano di Dio ripercorre la propria storia famigliare e fornisce il racconto della formazione che l'ha portato a trasferirsi a Roma per diventare regista. Ma Napoli se l'è portata dentro, e solo oggi affronta di petto il suo rapporto con la città, nonché la tragedia della perdita dei genitori ad un'età ancora incerta.
Per la prima metà del racconto È stata la mano di Dio è la ricostruzione pirotecnica di una napoletanità privilegiata e gaudente che si esprime attraverso il gioco (anche delle parti), in un Amarcord che cita Federico Fellini ma anche Sergio Leone e Roberto Rossellini, componendo il pantheon ideale della genesi artistica ed emotiva di Sorrentino autore. Nella seconda metà il regista spegne i fuochi d'artificio e lascia posto all'assenza, depura il suo cinema di ogni ingombro estetizzante per spogliarsi nudo davanti alla realtà della solitudine improvvisa, a tu per tu con quel mondo "deludente" per cui l'unico antidoto è l'immaginazione.

SENTERI SELVAGGI
SENTIERI SELVAGGI

4,5 / 5

Recensione di Simone Emiliani

Napoli sogna nella prima metà degli anni ’80: l’arrivo di Diego Armando Maradona, Federico Fellini che sceglie le comparse. Si sentono già le voci, il mare, i palazzi sul lungomare, Piazza del Plebiscito illuminata, i miracoli con il monaco bambino incappucciato. Le prospettive delle strade appaiono deformate. Le luci degli interni potrebbero arrivare da Kubrick (il lampadario) o Visconti (la casa della Contessa). Con È stata la mano di Dio non è il cinema a dominare. Sono la memoria, il vissuto ad essere in primo piano, ribaltando in parte lo sguardo del cineasta. A 50 anni è forse il punto d’incrocio fondamentale dell’opera di Sorrentino. Fellini in 8 1/2 lo faceva con il suo doppio, Guido Anselmi di Marcello Mastroianni. Per il cineasta napoletano però non ci sono solo le sue visioni. Certo, quelle hanno una parte importante. Maradona visto dentro una macchina a Napoli. È vero? È un altro film costruito nella testa?

CINEMATOGRAPHE
CINEMATOGRAPHE

3,7 / 5

Recensione di Giulia Calvani

Paolo Sorrentino, regista Premio Oscar per La Grande Bellezza (2013), torna a farci sognare dopo sette anni con un’opera maestosa quanto umana, replicabile, silenziosa. Prodotto da The Apartment e distribuito da Netflix, È stata la mano di Dio non parla di Maradona, ma “della medietà”. Un resoconto degli anni ’80 e della tanto amata Napoli attraverso le cuffie e gli occhi di un protagonista ordinario e singolare, interpretato da Filippo Scotti, costretto ad una maturità forzata dopo una tragedia familiare. Mentre era impegnato sul set di The New Pope, Sorrentino scriveva È stata la mano di Dio, un omaggio nostalgico alla sua adolescenza e un’eredità esplicativa per i figli, “summa” di ricordi personali e racconti di fantasia che trovano nell’opera una sintesi perfetta. Nel ruolo del padre Saverio Schisa, Sorrentino ha voluto Toni Servillo, quell’amico di vecchia data con cui ha stretto uno dei sodalizi artistici più provvidenziali del nostro cinema contemporaneo (Il Divo, La Grande Bellezza).

MOVIEPLAYER
MOVIEPLAYER

4,5 / 5

Recensione di Luca Liguori

Che il premio Oscar Paolo Sorrentino sia un regista napoletano lo sanno tutti. D'altronde Napoli, in tutte le sue accezioni, è sempre stata presente nei suoi film attraverso i suoi personaggi e i suoi attori. È proprio per questo motivo che fa così strano realizzare che dall'ultimo film di Sorrentino ambientato nel capoluogo campano, l'esordio al lungometraggio de L'uomo in più, sono passati invece esattamente 20 anni. Una lontananza che però il regista ha scelto di farsi perdonare nel migliore dei modi, visto che, come vedremo in questa recensione di È stata la mano di Dio, proprio la città di Napoli è tra i grandi protagonisti di questo suo nuovo splendido film. Alla pari del regista stesso e del cinema.
Ma partiamo appunto da Napoli, dove è nato e vissuto il regista per tutta la sua infanzia e adolescenza. E dove vive insieme ai suoi genitori e ai suoi fratelli il protagonista del film di Sorrentino, Fabietto Schisa, interpretato dal giovane Filippo Scotti, semplicemente perfetto nell'incarnare l'alter ego del regista. Siamo negli anni '80 e in questa città dai mille problemi - "na' carta sporca e nisciuno se ne importa" cantava Pino Daniele - gira una voce al limite dell'incredibile: Diego Armando Maradona, da molti considerato il calciatore migliore di tutti i tempi, starebbe per approdare in città, lasciando il Barcellona per giocare nel Napoli.

FILMPOST
FILMPOST

8 / 10

Recensione di Anna Culotta

Èstato accolto con nove minuti di applausi al suo debutto in Sala Grande il film di Paolo Sorrentino in concorso a Venezia 78, È stata la mano di Dio, di cui vi proponiamo la nostra recensione. Nove minuti di applausi e tanta commozione, anche da parte dello stesso regista, per quello che è senza dubbio il suo film più intimo e personale. Sorrentino si allontana dalla ricerca dell’estetismo un po’ di maniera e abbandona alcuni dei suoi canoni per concentrarsi sull’essenza della storia. La sua storia, o meglio, la storia della sua genesi come uomo e regista, qui raccontata a metà tra realtà e fantasia. La storia della sua Napoli degli anni Ottanta, la storia di come l’idolo Diego Armando Maradona – qui caricato di valore simbolico – gli abbia in qualche modo “salvato la vita”.

NOCTURNO
NOCTURNO

4 / 5

Recensione di Simona Coppa

Fabietto Schisa (interpretato da Filippo Scotti) ha 17 anni, vive a Napoli in un quartiere borghese, con il padre Saverio (Toni Servillo), la madre Maria (Teresa Saponangelo), un fratello e una sorella maggiori di lui. Fabietto è il classico adolescente di poche parole, walkman nella tasca dei jeans stinti e cuffie incollate alle orecchie. Attraverso i suoi occhi entriamo nella vita quotidiana di una famiglia degli Anni Ottanta, nella città partenopea che crede nei miracoli di San Gennaro e nel grande riscatto nazionale che ha un nome solo: Diego Armando Maradona. Fabietto, in realtà, è Paolo Sorrentino, il regista premio Oscar per La grande bellezza, che alla Mostra del cinema di Venezia presenta in concorso il suo È stata la mano di Dio. In questo suo ultimo film, infatti, Sorrentino racconta una parte di sé, della sua gioventù, dei genitori persi quando era ancora un ragazzino, della sua amatissima Napoli che qui raffigura con il suo magistrale stile, spendibilissimo all’estero per rappresentare quell’Italia che tanto piace agli stranieri (e che forse lo porterà alla candidatura di un secondo Oscar).

IL CINEMATOGRAFO
IL CINEMATOGRAFO

3,5 / 5

Recensione di Federico Pontiggia

Vent’anni dopo l’opera prima L’uomo in più Paolo Sorrentino torna a Venezia, in Concorso, con E’ stata la mano di Dio, prodotto da The Apartment e Netflix: arriverà in cinema selezionati il 24 novembre, per approdare sulla piattaforma streaming il 15 dicembre.

Il film prende spunto dalla biografia del regista e sceneggiatore, sui binari del racconto di formazione: non è quello personale, intimo l’unico motivo inedito, e perfino sorprendente, nella filmografia di Sorrentino, giacché anche la messa in scena si risolve a una semplicità, e perfino elementarità, che non avremmo detto, ché fin qui non avevamo visto. Un ritorno al futuro che apre prospettive inedite per l’autore, dopo l’impasse del dittico Loro su Berlusconi e l’esperienza seriale dei due Papi. Lo stile trasmuta in sensibilità, l’adrenalina in confidenza, l’iperbole in paratassi, l’exploit in consapevolezza: non è un film esaltante, perché non lo vuole essere.

EVERYEYE
EVERYEYE

8 / 10

Recensione di Luca Ceccotti

Il suono di un elicottero accompagna il campo lungo che dal mare si sposta fino alle sponde di Napoli. Una città perfettamente incastonata tra verde e blu, tra lo smeraldo della natura e il suo sublime (il Vesuvio che incombe su tutto), lo zaffiro dell'acqua che abbraccia la polis partenopea per eccellenza. Napoli è uno stile di vita, è amore e rabbia, superstizione e cultura, e Paolo Sorrentino entra lentamente e con soppesata poesia nell'anima della città già in apertura del suo meraviglioso È stata la mano di Dio, presentato in concorso alla 78° edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Il prologo è tutto dedicato ai costumi che rendono Napoli unica e irripetibile, come la devozione a San Gennaro e al Munaciello (spirito folkloristico) che spingono Zia Patrizia (Luisa Ranieri) a chiedere la grazia di restare incinta solo per scoprire una realtà diversa, più triste e popolare, che nulla ha a che vedere con la fede e il timore, per lo meno non cristiano.

IGN ITALIA
IGN ITALIA

8,5 / 10

Recensione di Davide "Shea" Mancina

“Che tien’ a guardà? Facc ‘e cazz!”. È stata la mano di Dio è più o meno tutto in questa battuta. Una frase spontanea, di getto, pronunciata da due fratelli e un gruppo d’amici dopo la notte più devastante della loro vita. Quella in cui le fondamenta della loro esistenza sono crollate, svanite nel nulla, e al loro posto è comparso un dolore sordo, assoluto, ingestibile.

Una frase greve, a maggior ragione se pronunciata per disperazione nei confronti di un bambino la cui colpa è trovarsi lì, fuori da un ospedale con un’espressione intontita, un’aria goffa e una montatura degli occhiali non troppo adatta alla sua età. Un insulto che si scioglie in una risata fragorosa, disperata, lancinante. Una risata che squarcia lo schermo, tanto che è contagiosa. Una risata che in pochi istanti ti fa capire cos’è la vita: un morso, direbbero a Napoli, perché è rapida, netta, e poi finisce. E quindi, tanto vale che ridi di quant’è ingiusto il mondo, ridi del tuo dolore, ridi, perché quando le lacrime le hai finite, non ti resta che ridere per riappropriarti di te e riconsegnarti alla vita. Ridere a costo di sembrare blasfemo, ridere, perché la misura della sacralità è necessariamente la profanità.

CINEFILOS
CINEFILOS

4 / 5

Recensione di Elisa Torsiello

È un pallone che centra con precisione millimetrica la porta, segnando un punto decisivo nello stato emotivo del proprio spettatore, È stata la mano di Dio. Partendo da un autobiografismo che non scade nel pietismo, o nell’autocommiserazione, il nuovo film di Paolo Sorrentino, vincitore del Gran Premio alla Giuria alla 78.esima Mostra del cinema di Venezia, parte dal personale per elevarsi all’universale.
In quella ripresa aerea che si traveste di sguardo divino, si ritrova nell’acqua di un mare che “non bagna Napoli” un sipario pronto ad aprirsi sullo spettacolo della vita. Un rincorrersi di luci e ombre, risate e dolori, tragedie e miracoli che ti cambiano il modo di guardare il mondo che scorre ignaro intorno a te.

Basta così volgere il proprio sguardo verso un corpo a testa in giù nel bel mezzo di un set cinematografico, che scoppia una rivoluzione epifanica pronta a rivelare la natura del proprio destino di regista. Oppure basta una partita, una mania per un calciatore elevato allo stato di divinità come Maradona da una terra di superstizione e tradizione, sacro e profano come Napoli, che lo scorrere degli eventi prende una nuova direzione e tutto cambia, muta, come la natura stessa di un’opera mai identica a se stessa, perché pronta a cambiare nelle proprie sembianze. Svestitosi di orpelli e inutili sovrastrutture, rimane adesso in Sorrentino solo un cuore che batte, e una bocca che sussurra con estrema e commovente semplicità al proprio pubblico ricordi, sogni, traumi prima rimossi, e ora pronti a tornare a galla, viaggiando a 200 chilometri all’ora come motoscafi che fanno “tuf… tuf… tuf”.

COOMING SOON
COOMING SOON

5 / 5

Recensione di Federico Gironi

La prima immagine di È stata la mano di Dio è quella del mare. Il mare del golfo di Napoli visto dall'alto. Il mare che è azzurro, come la maglia del Napoli. Il mare che ritorna ossessivamente, nel nuovo film di Paolo Sorrentino, fatto, anche, di gite in gozzo, bagni, tuffi, tantissimi tuffi. Un mare che è orizzonte e speranza ("tu non hai un dolore, hai una speranza", grida Antonio Capuano al giovane Fabio Schisa, alter ego sorrentiniano nel film). Il mare che è libertà, e sul quale - spiega a Fabio l'amico delinquente e sognatore Armando - gli offshore che fanno a duecento all'ora fanno "tuff... tuff...".
Il mare che Napoli stessain un film che racconta, anche, quella città e le mille storie che contiene, oltre che la storia di formazione di Fabio e la vicenda privata di Sorrentino.

CINEFORUM
CINEFORUM

4 / 5

Recensione di Roberto Manassero

Per Paolo Sorrentino l’autobiografia è la storia del suo immaginario; il suo incontro con le idee, il suo scontro con la realtà. In È stata la mano di Dio, nel quale racconta la propria giovinezza attraverso l’alter ego Fabio, per tutti Fabietto, liceale nella Napoli tra il 1984 e il 1986, ragazzo studioso e introverso, legatissimo alla famiglia – al padre, alla madre, al fratello più grande, ala sorella sempre chiusa in bagno, alla pletora di zie, zii, cugini e parenti vari – e ancora di più al Napoli e a Maradona, la crescita del protagonista avviene attraverso l’esperienza del desiderio, del piacere, del dolore, della morte.

Se in La grande bellezza il bene più prezioso del protagonista era custodito nella memoria, un ricordo così luminoso e abbagliante da farsi indefinito, in questo film ogni spazio, personaggio o evento, anche il più doloroso, appartiene a un universo raccontato ed evocato a distanza, con rimpianto, affetto e soprattutto circospezione. Sorrentino ha quasi timore di entrare nella propria vita, nei propri ricordi, nel passato di adolescente diventato orfano a 16 anni, dopo la tragica morte dei genitori uccisi da una fuga di monossido di carbonio nella casa di vacanze a Roccaraso, in Abruzzo.

previous arrow
next arrow

PUNTEGGIO DELLA CRITICA 82%

Google search engine

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here